«Giochi spericolati da stroncare», Luigi Campiglio, Avvenire, 07.05.2010
«Oggi le agenzie di rating, moderni monatti della finanza non dimostrano […] trasparenza e responsabilità nel formulare giudizi che spesso sono causa di eventi globali che spostano ricchezze enormi. […] Le agenzie di rating rischiano di diventare da untorelli dei veri e propri untori, perché vale per i mercati ciò che Keynes teorizzava per le “gare di bellezza” in cui il giudice vince se indovina chi sarà la più bella della gara e non chi ritiene personalmente la più bella»
«I nuovi untori», Il Foglio, 06.05.2010
«Nell’antologia di Artur Bloch “La legge di Murphy”, una delle massime nota come “legge del bridge” recita: “È sempre colpa del compagno”. Da qui bisogna partire per capire la caccia agli untori finanziari di questi giorni. […] Difficile attribuire la responsabilità di queste prospettive […] ai “mercati”. […] La politica è anche l’arte di trovare capri espiatori: ma c’è un limite. Tutti paghiamo e pagheremo il conto degli errori passati, e sta bene. Ma da chi ha tenuto a battesimo la crisi delle finanze pubbliche europee è arduo accettare che si speculi solamente sugli speculatori»
«Cade in borsa anche lo Stato», Piero Ostellino, Corriere della Sera, 07.05.2010
«Nessuno sembra essersi accorto che la situazione della Grecia è la sindrome della crisi dello Stato moderno. […] Il quale, da un lato, è responsabile della disastrosa situazione finanziaria in cui si trovano anche altri Paesi dell’Unione Europea; e, dall’altro, è incapace di uscirne se non (ri)confermando la propria natura e i propri limiti»
«L’Europa a marcia indietro», Moisès Naìm, Il Sole 24 ore, 06.05.2010
«La crisi economica europea cresce, si diversifica e si complica. Se continua in questo modo, potrebbe mettere fine, anche in maniera drammatica, al progetto più brillante e innovativo della geopolitica mondiale: l’integrazione europea. […] Il post-crisi può svilupparsi in due modi: “Più Europa” e “Meno Europa”. […] Un clima di “si salvi chi può” e “ognuno per conto proprio” inizia ad emergere dai summit europei. […] “Meno Europa” non è inevitabile e “Più Europa” non è soltanto auspicabile ma anche possibile. […] Stiamo vivendo uno di quei momenti in cui il carattere, l’audacia e la visione dei leader possono modificare la direzione intrapresa dalle proprie società e cambiare la storia. L’opportunità di costruire “Più Europa” si trova lì, pronta per chi sappia approfittarne»
Commento
La Grecia sta attraversando una delle peggiori crisi economiche della sua storia; crisi largamente annunciata, fin da quando – non unico tra i Paesi dell’Unione Europea – aveva “truccato” i conti per entrare nell’euro. L’incapacità di ripagare il suo debito pubblico la spinge pericolosamente verso un rischio di bailout che potrebbe avere conseguenze nefaste per tutta l’Unione Economica e Monetaria (UEM). Come se non bastasse, le agenzie di rating, tutte americane, hanno contribuito a “orientare” la situazione, mediante comunicazioni ben calibrate per obiettivi e tempistica (come mostra la vicenda di Moody’s). Vi sono anche economisti che leggono il fenomeno come un «attacco all’euro» con regia americana (nel terzo millennio, si sa, molti conflitti non si combattono più con le armi tradizionali, sia pur tecnologicamente avanzate, ma con quelle speculative).
Una cosa è certa: la crisi che stiamo attraversando è la più grave dopo il ‘29. Con essa – ed è ciò che occorre mettere in luce – non è in discussione soltanto un modello economico, ma l’essenza stessa dell’Unione Europea. Cos’è l’Europa? È solo un’unione economica e monetaria o è anche un progetto politico con un’identità comune e interessi condivisi?
Come in ogni crisi, l’esistente è costretto a ripensarsi. Qualcosa non ha funzionato. Molti dubbi sono stati posti, per esempio, sulla opportunità di far decollare la moneta unica prima di aver raggiunto una sufficiente integrazione politica e armonizzazione di welfare e fisco. Altri interrogativi si collocano ancora più in profondità: sarà possibile lavorare a un vero patto federativo sul piano europeo che lasci piena libertà culturale alle nazioni realizzando una più concreta unità politica ed economica che funga da base credibile per una moneta unica? Se è vero che avere «meno Europa» rappresenterebbe un suicidio, che cosa può o deve significare costruire «più Europa», in modo da offrire una chance al nostro continente nel quadro di una competizione mondiale?
Di fronte a simili interrogativi sono necessari la lucidità e il coraggio di decisioni importanti, perciò uomini disposti ad assumersele. È qui che si evidenzia la complessità dell’impresa. Non solo perché le difficoltà sono molte, ma soprattutto perché si tratta di qualcosa in cui i diversi livelli non si lasciano separare: competenze tecniche e fantasia, intelligenza di analisi e disponibilità al sacrificio, apertura alla collaborazione e rigore, capacità economica e tensione ideale devono darsi insieme. E ciò non nasce dal nulla: è il frutto di libertà giocate nel presente in forza di un nesso saldo con la tradizione. Una crisi è sempre uno spartiacque: solo chi è consapevole dell’origine della propria consistenza e perciò è teso creativamente al cambiamento è capace di futuro.
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