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Rassegna stampa CLU dal 15 dicembre 2009 al 18 gennaio 2010
TERREMOTO AD HAITI: FERITI O SCIOCCATI?

«Scossa di coscienza», Massimo Gramellini, La Stampa, 15.01.2010
«Così mi viene il sospetto che a straziarmi il cuore non sia la sofferenza degli haitiani, che esisteva già prima, ma il timore che una catastrofe del genere possa un giorno colpire anche qui. Non la solidarietà rispetto alle condizioni allucinanti del loro vivere, ma la paura che possa toccare anche a me il loro morire.»

«E noi apriamo le nostre palme vuote», Davide Rondoni, Avvenire, 14.01.2010

«La natura non è Dio. In natura esistono anche i disastri. Come gli spettacoli e gli incanti. Ma la natura non è Dio. Non preghiamo la natura, che ha pregi e difetti, come ogni creatura. Preghiamo Dio creatore di abbracciare il destino delle vittime. Il destino triste di questi fratelli. Che valgono per Lui come il più ricco re morto anziano e sereno nel proprio letto. Che ci ricordano, nel loro dolore, che non siamo padroni del destino.»

«Cristiani e voodoo: una sola preghiera», Michele Brambilla, La Stampa, 15.01.2010

«Ma questi canti e queste preghiere ci dicono anche un’altra cosa. E cioè quanto sia difficile estirpare un senso religioso che è nato agli albori dell’umanità dallo stupore nel percepire la dipendenza da un Mistero, quale che esso sia. Non c’è politica o economia che possa dare fino in fondo risposte esaurienti alla domanda che nasce dal cuore di chi è ferito. [...] I canti e le preghiere di cristiani e voodoo nella notte di Port-au-Prince sono l’urlo di ciascuno di noi di fronte alla morte; l’urlo di un’umanità che – per quanto si illuda – non può che prendere atto, infine, di non poter bastare a se stessa.»

«All’ospedale cadaveri in cortile - “cose mai viste è un’ecatombe”», testimonianza da Haiti di Fiammetta Cappellini operatrice dell’associazione AVSI, Giornale, 15.01.2010

«Ieri abbiamo lavorato sulla logistica per assicurare a Msf (Medici Senza Frontiere) di poter lavorare. Abbiamo aperto la strada tra le macerie, altrimenti non sarebbero mai arrivati. Abbiamo messo in piedi l’équipe, creato un minimo di spirito di squadra e riconfortato gli animi nostri. Operativamente abbiamo cercato di rendere possibile l’ingresso di Msf a Citè Soleil. […] Abbiamo un debriefing domani con loro per la questione cadaveri. Se si identifica un sito, ci siamo offerti con le squadre per scavare, per seppellirli. Mi sono anche offerta di negoziare il sito con i capi banda, visto che la zona, come sapete, è tutta controllata da feroci bande armate.»

Commento
Ad Haiti si è verificato uno dei più gravi terremoti degli ultimi tempi, con un numero spaventoso di vittime. Non poche nazioni si stanno adoperando per soccorrere il popolo haitiano tanto duramente colpito. La stampa ha puntato tutti i suoi riflettori sulla catastrofe, sulle sue dimensioni, sulle problematiche connesse agli aiuti internazionali. Le notizie non mancano, ci raggiungono da ogni parte.
Vi è tuttavia una alternativa: appagarsi della rassegna shoccante dei resoconti, dei numeri, delle fotografie, o lasciarsi ferire. Si può infatti informarsi, ma non aprire lo spiraglio per una domanda che accusi il colpo dell’accaduto.
La morte e il dolore, che si abbattono così massicciamente sulla vita di tante persone, ci riportano alla nostra condizione di uomini. La terra ha tremato, l’uomo ha sperimentato ancora una volta la sua fragilità, la sua dipendenza e il suo desiderio di vita. Scomoda e inesorabile, per chi non devia lo sguardo, sale la domanda sul «perché», sul «senso».
Ma c’è una risposta, una risposta vera? Quando si sente bruciare la domanda dentro di sé non ci si può accontentare di far tornare i conti o di un discorso che metta una toppa. Una risposta vera è una risposta viva, presente, da cui ci si può sentire abbracciati e che può far ripartire senza censure.
L’unica risposta che conosciamo è che Dio si è fatto uomo, è salito sulla croce per portare su di sé le nostre sofferenze, è risorto ed è presente qui e ora, in Italia e ad Haiti, attraverso l’umanità concreta di gente che, in mezzo alle macerie, vive una condivisione e una costruttività piena di speranza. Di questo ci sono testimoni, insieme ad altri, i volontari di AVSI, di cui sentiamo parlare da televisioni e giornali in questi giorni.
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