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Rassegna stampa Clu
dal 30 settembre al 13 ottobre 2008


Una crisi reale 

«La ricetta di Warren Buffett per la Pearl Harbor dell’economia», Il Foglio, 05.10.08

«Non credo che (il piano Poulson) rappresenti la soluzione perfetta; non sono così sicuro, d’altro canto, che una soluzione perfetta esista davvero. Preferisco tuttavia un rimedio più o meno corretto a uno sicuramente sbagliato e bocciare il piano di salvataggio sarebbe sicuramente un errore. Non possiamo farne a meno. L’economia americana è in tragiche condizioni. È come un grande atleta che abbia subito un arresto cardiaco, e giace disteso a terra. Quando il personale sanitario arriva sul posto, non può per alcuna ragione mettersi a discutere se sia meglio posizionare gli apparecchi di rianimazione mezzo centimetro più a destra o più a sinistra, né cominciare a biasimare il paziente, reo di non essersi misurato la pressione e compagnia bella. Occorre invece fare tutto il necessario, e subito. E credo proprio che così avverrà. Sì, credo che il Congresso farà le scelte giuste. […] Direi quindi che ci troviamo di fronte, oggi, a una Pearl Harbor in salsa economica.»
«Borsa e valore», Giorgio Vittadini, Il Riformista, 30.09.08

«Il punto è ammettere che questa non è una crisi solo economica: è una crisi antropologica che mette in discussione un’idea di razionalità umana ridotta, tesa com’è alla massimizzazione del profitto nel breve periodo, ma disattenta ai presupposti necessari a creare una ricchezza reale e duratura e perciò destinata ad astrarsi dalla realtà e a costruire un mondo virtuale destinato a crollare. Per guardare lontano una razionalità che metta in luce come già ora anche l’homo oeconomicus ha altri moventi ben più vasti del solo profitto trimestrale avulso dal contesto. Occorre un più sano realismo che agganci stabilmente la finanza all’economia reale, di cui è e deve essere solo strumento. Da questo punto di vista, dopo aver demonizzato molti aspetti del nostro sistema economico, occorre forse rivalutarne alcuni, quali quel radicamento nel territorio e quell’attenzione all’economia reale che ne è ricchezza non ancora del tutto estinta. Che si parli di micro e macrocosmo, realismo e nuova razionalità sono indispensabili per ogni futuro sviluppo.»
«Il Papa, le Borse, e i soldi che non sono niente», Luigi Santambrogio, Libero, 07.10.08

«Cerchiamo di capire e non fare i furbi. Il Papa non dice affatto che i soldi servono a niente. Dice che “i soldi non sono niente”.  C’è una bella differenza […]. L’appello del Papa non è alla rinuncia, a un finto pauperismo quaresimale, ma incita a chiedere e pretendere di più. Benedetto XVI definisce tutto ciò realismo: “realista è chi riconosce la realtà nella parola di Dio”. Lecito dissentire, ma si può forse dire, sinceramente, che realisti erano quelli che vendevano mutui stracciati agli americani?»

Commento
La crisi finanziaria americana si sta riversando in tutto il mondo con conseguenze che sono oggetto di dibattito intenso ormai da qualche settimana. Capi di governo e “guru” dell’economia si  interrogano sul da farsi e predispongono piani d’intervento. Gli  stati, in America come in Europa, hanno adottato misure straordinarie, decretando la fine del mito del “mercato che si regola da sé”. È crisi, di quelle da manuale. E bisogna provvedere. Intanto la gente mormora e la preoccupazione sale.

Questa crisi mostra la pericolosa utopia di un divorzio tra finanza ed economia reale. Ma, così facendo, svela anche una concezione dello sviluppo, del lavoro, dei soldi e in definitiva di noi stessi. Su che cosa si fonda la vita di una persona e di un popolo? L’homo oeconomicus è una dimensione dell’uomo come tale; il mercato non è separabile dall’assetto ideale e operativo di una società. Non si può pretendere che esistano mere soluzioni di sistema, che sollevino dall’onere di ripensare che uomini siamo e vogliamo essere, a che cosa siamo realmente attaccati e che cosa vogliamo costruire. I due livelli sono inscindibili, decidono il volto dei singoli e dei popoli. Forse è per questo che quelli che taluni ritenevano “italici vizi” (leggi piccola e media impresa e distretti industriali) si rivelano oggi come virtù?

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