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Rassegna stampa CLU dal 8 al 21 giugno 2010


Martire, cioè testimone

«Tettamanzi: Padovese vero costruttore di pace», Il Sole 24 Ore, 15.06.2010
«Così lo ha ricordato l’arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, nella sua omelia per le esequie del sacerdote celebrate ieri a Milano. “Chicco di grano che silenziosamente porta frutto – ha detto Tettamanzi – è stato padre Luigi nei suoi incessanti sforzi di costruire spazi di dialogo e di incontro tra culture, tra religioni, tra gli stessi cristiani. Ogni uomo di buona volontà riconosce in questo vescovo mite e sapiente un vero costruttore di riconciliazione e di pace”»

«C’è cattedrale e cattedrale», Maurizio Crippa, Il Foglio, 15.06.2010
«Chi aspettava dalla chiesa di Milano una risposta non timida al martirio di monsignor Padovese ha avuto una risposta solenne. Più di 350 sacerdoti a concelebrare e riflettere sul martirio e intorno tanti laici, anche giovani, universitari. Pieno il Duomo e molta gente sul sagrato. […] L’omelia del cardinale Tettamanzi è un florilegio di citazioni. Nell’ottobre 2009 Padovese aveva scritto: “La vita non viene più dalla morte e dal sacrificio di altri, ma piuttosto nell’offerta di sé, dalla morte di sé per la vita di altri. È la fine della violenza! È una offerta volontaria!”»

«Il chicco di grano e le pietre del Vangelo», Francesco Ognibene, Avvenire, 15.06.2010
«Se il chicco di grano “non muore rimane solo”, il frutto lo dà “se invece muore”. È così in natura, l’evidenza nota a tutti che occorre un sacrificio perché ci sia pane. […] È la logica del chicco di grano, paradossale ma necessaria, a documentare che occorre spingere lo sguardo oltre il dolore per un sacrificio che appare insensato, fine a se stesso. Come si possa entrare in questo orizzonte interamente cristiano l’hanno afferrato le migliaia di milanesi che ieri hanno stipato la cattedrale – un lunedì mattina, nella metropoli febbrile –, insieme a decine di loro parroci, come spinti dall’intuizione che in quel rito non solo avrebbero reso omaggio a un pastore pronto a dare la vita per il suo popolo ma gli sarebbe divenuto evidente un segreto della loro stessa fede. […] Monsignor Padovese aveva messo in conto di poter essere chiamato a dare la vita: ma non è forse vero che questo vale per ogni battezzato, nei modi in cui oggi il relativismo ci tende i suoi suadenti tranelli?»

Commento
È noto che la storia della chiesa è intessuta dai suoi albori di storie di persecuzioni e di martiri. È meno noto che ai nostri giorni la situazione di tanti cristiani nel mondo non è cambiata. Per farsi un’idea basta considerare alcuni dati. Nel suo ultimo libro Guerra ai cristiani, Mario Mauro, eurodeputato e rappresentante della presidenza OSCE contro razzismo, xenofobia e discriminazione (con particolare riferimento a quella religiosa), rileva che il 75% delle uccisioni che avvengono in tutto il mondo per motivi religiosi riguardano cristiani. L’aspetto che desta la maggiore preoccupazione non è tanto la vasta diffusione del fenomeno, quanto piuttosto la sua costante crescita. Secondo l’agenzia di notizie vaticana Fides, dal 2000 ad oggi si sono verificate 263 uccisioni tra vescovi, preti, suore, seminaristi e catechisti; 37 di queste solo nel 2009, il doppio rispetto al 2008. L’atroce omicidio di monsignor Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia e presidente della conferenza episcopale turca, avvenuto secondo rituale islamico, non è che l’ultimo episodio di questa lunga scia di sangue in inquietante aumento.
Di fronte ad una situazione così ostile e pericolosa per i cristiani, non può non destare sorpresa l’instancabile e continua presenza di tante comunità, grandi e piccole, nelle zone di persecuzione. Perché non cedono, come tutti gli uomini, a logiche di odio e di vendetta? Perché non scelgono di emigrare? È sufficiente un eroismo personale o l’adesione ad un’ideologia per resistere in simili condizioni? Ciascuno può rispondere come crede. Ma forse il martirio di Padovese (martire significa «testimone») e di tanti come lui ci documenta che cosa è la fede: non una proiezione o una consolazione psicologica, ma la certezza di una presenza incontrata e incontrabile, che riempie e cambia la vita, per cui si può dare tutto se stessi. Il test della fede cristiana è una modalità diversa, più umana, di trattare tutto, di affrontare la realtà in ogni dettaglio. Per questo il martirio, che ne è la testimonianza estrema, non lascia dietro di sé morte, ma vita. È il motivo per cui, in una giornata ordinaria, un lunedì mattina lavorativo, in molti, anzi, moltissimi sono andati in Duomo ai funerali di questo uomo definito dalla fede.

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