La costante
allegrezza dell’opera del Barocci
«Una certa grazia vivace e spirituale»,
così è l’opera di Federico Barocci. La
Madonna di san Giovanni, dipinto per gratitudine nei confronti
della Vergine
di Cristina Terzaghi
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Federico Barocci, originario di Urbino, intorno agli anni
Sessanta del Cinquecento si trovava a Roma dove era giunto
ventenne per apprendere al meglio la professione, come ogni
pittore che si rispetti. Nella capitale egli aveva ottenuto
il prestigioso incarico della decorazione del villino di
papa Pio IV nei Giardini Vaticani (1561-1563), ma all’indomani
della notevole impresa Federico appariva prostrato dal lavoro,
con la sola speranza di un beneficio al rientro nella natia
Urbino, come puntualmente informa il biografo seicentesco
Giovan Pietro Bellori. Tuttavia, lo apprendiamo dalla medesima
fonte, «riuscì vana anche questa speranza; poiché avanti
si mitigasse l’acerbità del male passarono quattro
anni ne’ quali penò sempre senza poter mai toccar
pennello». È a questo punto che il pittore «sopra
ogn’altra cosa dolente per non poter dipingere, si
raccomandò un giorno con tanta efficacia alla gloriosa
Vergine che fu esaudito. Sentendosi però alquanto
meglio, fece un quadretto con la Vergine e ’l figliuolo
Giesù che benedice San Giovanni fanciullo, e lo diede
in voto alli Padri Cappuccini di Crocicchia, due miglia fuori
d’Urbino, là dove egli soleva trattenersi in
un suo podere, e ’l quadro, ora per la partenza de’ frati,
si conserva nel convento dentro la città». E
lì lo elenca infatti un antico registro. La tela passò in
seguito alla Galleria Nazionale delle Marche a Urbino, dove
si trova oggi.
La Madonna con Bambino e san Giovanni evangelista, universalmente
nota come Madonna di san Giovanni, nasce dunque così,
dalla gratitudine del suo autore nei confronti della Vergine
e dall’amicizia con i Cappuccini di Crocicchia, nessun
ingaggio da parte di chiese, conventi o signori locali, caso
raro per un dipinto dell’epoca. E di questa destinazione
privata e familiare la tela conserva davvero il tono. La
Madonna siede su un sasso, reggendo amorevolmente il piedino
del Bambino in una posa che tradisce, tra l’altro,
il ricordo della Madonna di Orléans di Raffaello,
un dipinto che il Barocci poteva ammirare alla corte ducale
di Urbino. La composizione si distende armoniosa lungo la
diagonale che la figura della Vergine e del Bambino formano
con la gamba e il piede allungato di san Giovanni, connettendo
così in un unico, tenero abbraccio tutte le figure,
secondo un tema molto caro alla pittura veneta del Cinquecento
(e ben noto a Barocci, che fu da subito in contatto con la
cultura figurativa di Tiziano), quello della Sacra Conversazione.
Pur partendo da una tradizione consolidata, Barocci esprime
in quest’opera la modernità della sua visione
del reale, «una certa grazia vivace e spirituale» che
costantemente aleggia nelle sue opere. Fu a Roma che Federico
ebbe modo di entrare in contatto con l’ambiente dell’Oratorio
di san Filippo Neri.
Negli anni Ottanta del Cinquecento gli
Oratoriani gli commissionano la Visitazione per l’altare
della loro bellissima Chiesa Nuova, uno dei capolavori dell’artista.
Davanti a quest’ultimo dipinto cadde in estasi lo stesso
san Filippo Neri, a documento di una consentaneità di
percezione del reale che accomunava il Santo al pittore.
Anche nella Madonna di san Giovanni sembra vibrare la “costante
allegrezza” derivante dalla certezza della bontà del
reale, tanto cara all’Oratorio. Nell’opera tutto
appare bello e sorridente: il Bambino che offre un fiore
all’Evangelista, san Giovanni raffigurato come un giovane
di singolare bellezza che a sua volta rende omaggio alla
Vergine nell’aggraziata posa di un cavaliere medioevale.
Persino particolari come la cesta dei panni e gli attributi
iconografici dell’Evangelista (il calice e l’aquila)
sono posizionati in modo da partecipare a questa singolare
armonia, che trova nel colore uno dei suoi più alti
strumenti espressivi, vero veicolo di quella letizia che
aveva probabilmente rapito l’animo del Barocci. |
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